AIS Calabria incontra le birre calabresi


Birrificio Limen

di Giuseppe Salvatore Grosso Ciponte


Siamo a Siderno, provincia di Reggio Calabria.

Nicola Ferrentino è il birraio di ​Limen Brewery,​ birrificio nato per passione e, anche questa volta, da un investimento personale. No finanziamenti, no contributi. Non è il primo birrificio che segue questa strada. Questa è anche, per alcuni aspetti, la cartina di tornasole di quanto una persone creda e scommetta su questo mondo e su se stesso. Anche qui la politica è quella dei piccoli passi. Un birrificio con un impianto da 250 litri. Con fermentatori, per doppie cotte, con refrigerazione in cella frigorifera. I risultati sono di quelli che confermano quanto il giusto contributo umano possa farsi bastare la tecnologia a disposizione.

Dai vari contributi avuti da importanti tavole rotonde italiane, dalle quali stanno cercando di proporre una definizione di birra artigianale (anche legislativa), emerge sempre la voglia di sottolineare il contributo del birraio in termini di creatività e, quindi, carattere del prodotto. Caratterizzazione come metro di artigianalità. Del resto il termine artigianale ha già in se questo significato.

Come dicevamo, Nicola è un esempio di produttore di birra artigianale. Birre non solo corrette ma con una firma e un carattere. Creatività. Passione. Artigianalità. Passano anche da scelte tipo quella, di Nicola, di non commercializzare una partita di birra che ha avuto una rifermentazione eccessiva in bottiglia. Tutti segni di serietà. Anche questo è necessario per la credibilità di un produttore. Non è bello aprire una bottiglia, a volte anche costosa, e vederla andare via, almeno per la metà, in gashing.

Nicola si ispira alla tradizione inglese: birre profumate di malto, ma soprattuto di luppoli del vecchio e nuovo mondo. Pensiamo alla rassicurante ​Limen 33,​ birra di buona beva e che accontenta trasversalmente buona parte dei commensali. Passando da una ​Pale Ale ​con un bel tappeto di malto e sentori di resina. Da una ​Yankee IPA ben luppolata con tutto il profilo di una luppolatura americana (agrumi e resine fra tutte). Fino ad arrivare alla fragrante luppolatura di una ​Neither the Dogs che appaga con un naso agrumato che spazia dal pompelmo al mandarino cinese e con una piccola nota resinosa e con una bocca piena, ben equilibrata, con un finale che asciuga e che in retrogusto ripropone le note agrumate presentateci al naso.

Tutte le altre sue birre le potete trovare su w​ww.limenbrewery.com

Nicola è anche un punto di riferimento per molti birrai senza impianto ai quali mette a disposizione i suoi locali e la sua esperienza. Al nostro arrivo abbiamo infatti trovato ad aspettarci beerfirmer che gravitano intorno a lui. Il fermento è tangibile. La voglia tanta. Si respira anche una bella atmosfera.

Siamo sempre più convinti che una rivoluzione brassicola calabrese è possibile.

La visita è stata organizzata dall’associazione culturale Beerstream www.beerstream.it

Birrificio Blandino

di Giuseppe Salvatore Grosso Ciponte

Quando si percorrono 2 ore in macchina per il gusto di conoscere nuove persone e nuove realtà è, spesso, come sta succendo ultimamente, per amore della birra o del vino. Quest'altra volta è per la birra.

 

Anche nella nostra regione iniziamo a trovare, sulle cartine tematiche, bandierine ad indicare un posto dove si produce birra. E in quel luogo troviamo una persona, con la sua storia, le sue esperienze e le sue necessità. 

 

La storia che raccontiamo è quella di Gianfranco Blandino che di birra non ne avrebbe dovuto nemmeno parlare, in un territorio in cui anche i suoi genitori coltivavano la vigna e di buon vino ha, quindi, sempre sentito parlare, ne avrà parlato e sicuramente bevuto.

Invece la curiosità e il piacere per questo prodotto lo hanno portato a fare della produzione della birra il suo core business. Una scelta di cui è contento.

E anche noi: una regione come la Calabria ha bisogno di una crescita in numero di birrifici che permettano di fare esperienza e di creare un movimento importante.

 

Il birrificio Blandino ha alle spalle una storia giovane, come quasi tutti in Calabria.

Produce, da poco più di un anno, 4 tipologie di birra diverse con un impianto da 500 litri e con un locale ben organizzato. L'attività è frutto, come lui tiene a sottolineare, di un totale investimento personale.

Scelta fatta dopo aver avuto il rifiuto ad una richiesta di finanziamento pubblico.

Gianfranco c'è sembrato, ed è, con i piedi per terra.

L'attività è il risultato di scelte fatte da chi ci investe del proprio e che, quindi, non può permettersi salti nel buio. Questo lo ha quindi spinto a riconoscere la necessità di un sostegno e un affiancamento, nelle ricette che realizza, di persone con più esperienza di lui. Ha quindi l'ottica di un investitore il cui motto è quello dei piccoli passi: quando siamo andati a trovarlo c'ha fatto anche vedere le bozze per la nuova grafica del birrificio.

 

Quindi è tutto in fermento, per usare una frase 'poco' scontata.

 

Le sue 4 tipologie di birre che produce sono:

- Denis - 4,8% alc. La sua birra entry level. Semplice e beverina. Malto a farla da padrona e luppoli quanto basta. Un prodotto nato per chi vuole una bevuta poco impegnativa.

 

- Janet A.P.A. ambrata - 5,5% alc. Luppoli ben presenti, con note erbacee e fruttate. Malto a sostegno di un buon amaro che lascia un finale asciutto e gradevole.

 

- Amedeus - 7,5 % alc. Al naso nota bilanciata fra il lievito e sentore di miele di castagno. Bocca piena e con un finale spiazzante.

 

- Fraden - 11% alc. Birra strutturata. Corposa. Naso ampio, con note evolute e di frutta secca. Bocca piena, bilanciata e lunga. Birra piacevole e con un buon finale fresco.


La nostra visita, organizzata dall'associazione culturale Beerstream, è stata accompagnato dalla degustazione di prodotti locali proposti da Gal Kroton, un gruppo d’azione locale che promuove le eccellenze del territorio al quale Blandino aderisce e con il quale fa circuito.


www.birrificioblandino.it

Belgian Tour con Lorenzo "Kuaska" Dabove

di Giuseppe Salvatore Grosso Ciponte

Fra le dieci cose da fare nella vita, ogni amante della birra, deve includere, pena grande pentimento, almeno un viaggio in Belgio con Lorenzo “Kuaska” Dabove. 

 

No che un viaggio in Belgio basti, ma un viaggio in Belgio con Kuaska, di anche soli tre giorni, ti dà una benefica sensazione di dissetamento che ti fa ritornare a casa, anche se con dispiacere, con un bel bagaglio culturale, oltre che di birre in valigia (che poi te la perdano facendo scalo a Roma è un’altra storia).

Andare in giro per il Belgio con Kuaska è come andare in giro con un belga che parla benissimo italiano.

Non si devono superare difficoltà linguistiche e ci si interfaccia con una persona che ti può nominare tutte le strade di Bruxelles, e non solo, a memoria. Pronto a raccontarti aneddoti per ogni via che incontra, per ogni uscita autostradale che non imbocca, anche per ogni insegna di birrificio chiuso da anni.


Le tappe di questo viaggio hanno dato l’opportunità di tuffarsi nel passato, respirare il presente e percepire il futuro prossimo della scena brassicola del paese.

 

Il kick-off del tour è a cena nel famoso ristorante Restobieres di Alain Fayt, dove quasi tutti i piatti includono la birra come ingrediente. Fra paté con Rochefort, foie gras, stinco d’agnello, puré e dolce al cucchiaio con frutti della passione, si assaggiano l’ottima Poperings Hommel Bier di Browerij Van Eeche, la pregevole IV Saison di Jandrain-Jandreouille, l'inusuale birra d’abbazia Guldenberg di De Ranke e una discreta La Rouge Croix di Brasserie de la Lesse.

Il primo birrificio che visitiamo è la seconda casa di Kuaska, la Brasserie Cantillon.

Cantillon produce birre a fermentazione spontanea, con le sue gradevoli sensazioni acide che appongono la firma a questa birra.

Birre che i neofiti assaporano con incredulità chiedendosi come mai dovrebbe essere buona, altri la capiscono subito, altri ancora l’apprezzano dopo un po’ di tempo.

Il giorno della nostra visita a Cantillon coincide con la cotta pubblica (Brassin Public) durante la quale i visitatori possono assistere alle fasi di produzione del Lambic (il Lambic, maschile, e la Geuze, femminile, ci corregge Kuaska). I lavori iniziano alle 6.30 con l’ammostamento e finiscono alle 15.30 con il pompaggio del mosto nella vasca di raffreddamento.

 

Si inizia il tour al piano terra, dove si trova il tino d’ammostamento. Noi arriviamo nella fase di filtrazione, verso le 9.30, e possiamo assaggiare, offertoci da Jean Van Roy, il mosto filtrato caldo mentre viene pompato, al primo piano, nel tino di bollitura dove diamo una mano nella luppolatura con luppolo invecchiato (suranné). Saliamo quindi al secondo piano dove troviamo la vasca di raffreddamento, una vasca molto ampia e profonda un 40 cm, dove il mosto sarà pompato nel pomeriggio, dopo la lunga bollitura, e dove resterà tutta la notte a raffreddare e inocularsi di lieviti e batteri naturalmente presenti nell’aria di Bruxelles e, soprattutto, nella birreria Cantillon. Il mattino seguente il mosto verrà travasato in una vasca d’acciaio per decantare e poi messo, il giorno dopo ancora, in tonneau di legno dove inizierà il suo lungo viaggio fermentativo per diventare dopo circa 3 anni Lambic. 

 

Visitare Cantillon è fare un viaggio nel tempo, molto è come tanti anni fa, quando, nel 1937, dopo 37 anni di assemblaggio di Geuze, inizia la propria produzione di Lambic. Il birrificio è, e non poteva essere altrimenti, dal 1978 anche un museo (Musée Bruxellois de la Gueuze – Brussels Museum van de Geuze).

 

Concluso il tour delle fasi produttive, la concentrazione si sposta sulle degustazioni.

La curiosità iniziale è sul Faro, bevanda di pochi gradi alcolici preparata al momento, di cui Kuaska ci svela la ricetta e ci mette in guardia sul fatto che non può esistere il Faro in bottiglia:

  • Lambic non di qualità (con qualche puzzetta)
  • Acqua
  • Birra di risciacquo di trebbie (Biere de Mars belga)
  • Zucchero candito

ll Faro rivela già al naso una dolcezza che l’accompagna fino in bocca per chiudere comunque con una leggera nota fresca che la rende equilibrata e piacevolmente beverina. Bevanda da fuori pasto da bere a piene sorsate per la sua godibilità.

 

Si passa poi a degustare Lambic, Geuze (blend di 50% Lambic di un anno, 25% Lambic di 2 anni, e 25% di Lambic di 3 anni, all’ imbottigliamento viene messo del Lambic giovane che contiene zucchero per la rifermentazione), Manouche (progetto Zwanze, utilizzo di sambuco), Cuvée Saint-Gilloise. La curiosità sta nel capire quanto diversa sia la bevuta in bottiglia e quella alla spina, dalle brocche in terracotta dalle quali versano nei bicchieri. La differenza si fa subito sentire già al naso. Gli odori acidi sono nettamente più delicati, morbidi, con l’immancabile corredo vinoso, fruttato, a volte metallico e di carte vecchie (quest’ultimo sentore è copyright di Kuaska ☺). In bocca l’acido è giocato più sulle note lattiche che acetiche, l’equilibrio è fantastico, il finale secco e con una piacevole persistenza di freschezza e pulizia.

 

Il pomeriggio invece è d’obbligo dedicarlo ad un giro per la città di Bruxelles, intervallando la visita della Grand Place, del Mannaken Pis e del museo Magritte con una bevuta al Delirium Café (Triple di La Rulles), Poechenellekelder (Hercule Stout di Ellezelloise e Brusseleir Zwet IPA di Brasserie de la Senne) e Moeder Lambic (Band Of Brothers di Brasserie de la Senne).

Il giorno successivo destinazione Westvleteren, convento di Saint Sixtus, dove si produce l’omonima birra riconosciuta dal sito RateBeer come la birra più buona al mondo e da allora meta di tantissimi pellegrini/amanti della birra.

Il convento è ovviamente non accessibile al pubblico, così come l’impianto, per questo la nostra attenzione è indirizzata al ristorante accanto (In de Vrede, In Paradiso) dove si possono bere le tre produzioni brassicole: la Westvleteren Blond, la Westvleteren 8 e la Westvleteren 12.

Poco da dire su queste tre birre, sarebbe però eretico non sottolineare anche solo la loro eccezionale beverinità e il poterle accompagnare con piatti che si possono ordinare nel locale, tutti di grande qualità. Quel giorno c’era un’ottima zuppa di cavolfiore con birra trappista, fra gli altri piatti.

Giusto per completare la visita, almeno virtualmente, nella sala del ristorante c’è una gigantografia dell’impianto. Ci deve bastare.

 

Il pomeriggio è proseguito nel birrificio De Dolle Brewers (I birrai matti). Il nome pare derivi dal fatto che quando andarono, nel 1980, dal commercialista per esporgli la loro idea si sentirono chiamare matti. Evviva i matti!!! 

L’abitudine di visite cronometrate, quando si cerca di visitare quanti più birrifici possibili, ci ha dato la possibilità di riscoprire la bella sensazione di un pomeriggio tranquillo. Abbiamo trascorso tre ore abbondanti, rilassanti, di calme bevute. Ci siamo sentiti anche noi del posto, fra amici, a bere qualche buona birra prima di tornare a casa. Per chi è abituato ai nostri birrifici italiani, hi-tech, si rimane affascinati dall’aria retrò che si respira. La sala cottura, l’impianto d’imbottigliamento, la barricaia. Si rimane si affascinati ma anche stupiti. Chi ha mai avuto a che fare in Italia con l’apertura di un esercizio pubblico per la produzione/somministrazione alimentare sa cosa vuol dire in termini di normativa sugli impianti e le opere strutturali da eseguire.

Beh, in Belgio pare che tutto sia molto più rilassato, come dopo aver bevuto un bicchiere di buona Oerbier di De Dolle, le normative sono più ‘umane’, pare si voglia non distrarre l’imprenditore birraio dal suo nobile scopo.

La produzione della birra in casa De Dolle è veramente artigianale, finanche ad arrivare al concetto più intimo legato alla manualità del termine. Qui, più che in ogni altro posto, credo tutti possano respirare un legame strettissimo fra impianto e mastro birraio (Kris Herteleer). Tutto ha una nota caratteristica, di scelte molto personali e a volte legate ad esigenze strutturali. Kris fa gli onori di casa vestito con una giacca con stampato ovunque il logo del birrificio e un papillon rosso a pois bianchi. Il look stride con la sua apparente personalità un po' schiva, ma poi si dimostrerà persona molto garbata e piacevole. La visita si conclude con un bellissimo fuori programma. Ci vengono aperte le porte della sua barricaia e ci fa assaggiare un po’ di chicche qua e là dalle sue botti. Una Oerbier in botte da un anno, un'altra invece da una botte con una personalità non proprio godibilissima a causa di una forte acidità acetica (da apprezzare la voglia di condividerla con noi), e per finire con una complessa Stille Nacht in botte da marzo 2014. Alla spina, ci sono state offerte una Arabier e una Oerbier, birre incredibilmente beverine nonostante la loro alta gradazione alcolica.

L’ultimo giorno abbiamo raggiunto la Brasserie de la Senne, moderno birrificio che sta contribuendo alla rinascita belga. Ci siamo arrivati dall’albergo a piedi, circa 4 km a caccia di fumetti sui muri esterni delle case. Arrivati in birreria, troviamo Yvan de Baets ad aspettarci, uno dei soci, che ci guida nel mini tour del birrificio, ma, ancor prima, vuole condividere con noi il concept del loro birrificio.

Tre sono i punti fermi intorno ai quali ruota tutta la produzione.

Primo, l’utilizzo di fermentatori primari di forma larga e bassa, in modo che i lieviti, nella parte bassa del contenitore, non subiscano alte pressioni, seguita da una fase di maturazione a bassa temperatura (lagering). Secondo, l’utilizzo dello stesso lievito per tutte le loro produzioni, c’è quindi la volontà di una nota caratterizzante e comune per tutte le produzioni.

Terzo, l’utilizzo di luppoli non belgi, in quanto credono nel concetto di terroir e quindi nel beneficio del territorio e del clima sulle cultivar autoctone della Germania, Inghilterra, Repubblica Ceca e Stati Uniti.

Le birre assaggiate sono Taras Boulba, Zinnerbir, Jambe-de-Bois, Stouterik e la Brusseleir. Birre che danno un ruolo primario al luppolo, con un sentore di lieviti che nella Taras Boulba era più evidente, probabilmente dovuto alla sua giovinezza. Birre tutte beverine, piacevoli, fresche e con un carattere spiccato e rassicurante.

Questo viaggio finisce qui, con il bagaglio appena recuperato e una serata con un problema da affrontare: quale birra assaggiare?

E al mio amico di viaggio Francesco, che leggenda narra possedere più di 2000 etichette di birre da tutto il mondo, dico solo una parola…. Quintessence!!!!!!

Intervista a Eraldo Corti

di Giuseppe Salvatore Grosso Ciponte

ERALDO CORTI

Birraio del birrificio ‘A Magara (http://www.alchimiacalabra.it)

 


Eraldo Corti apre il nostro ciclo di interviste ai protagonisti della scena brassicola calabrese.

Siamo a Nabbirra, in compagnia di Eraldo Corti, padrone di casa.

Chi è Eraldo Corti?

Sono un programmatore. Ho sempre fatto il programmatore per oltre 20 anni a livello professionale. Ho poi incontrato il mondo della birra e varie vicissitudini mi hanno poi portato ad adottare come professione quella della birra: prima come venditore e oggi come birraio.

Hai anche tu, come tantissimi birrai, iniziato come homebrewer?

Si. E a riguardo, c’è un dato interessante in Italia. Moltissimi birrai oggi vengono dall’informatica. Questo perché abbiamo vissuto la nascita di Internet in prima persona. Avevamo accesso ad Intenet e conoscevamo l’inglese. Questo ci ha permesso di metterci in contatto con la realtà degli homebrewer.
Io sono partito da una passione mia per il prodotto, che si è sempre spinta al di là della semplice bevuta al pub.

 

Nelle tue prime produzioni casalinghe cercavi di riprodurre degli stili? Oppure hai sperimentato?

Il primo anno è stata la classica bolgia infernale da homebrewer che cerca di fare qualsiasi cosa: usare spezie, etc… Poi ho continuato ‘peggiorando’ la cosa perché ho provato a maltare granaglie varie, usando grani crudi. Tutto però con un occhio all’esperienza: facendo tesoro di tutte queste sperimentazioni. Poi ho iniziato a ragionare sugli stili, le ricette, partecipare a qualche concorso e quindi a crescere.

 

Ma questo, secondo te, può bastare oggi? Non sarebbe importante per le nuove leve seguire anche un percorso formativo?

Si. Diciamo che il mondo della birra artigianale, non solo in Italia, ma anche dove è cominciato il movimento birraio (Stati Uniti) è iniziato a casa. In Italia sfioriamo il 100%.
La realtà dei fatti ti dice che il birraio è un mestieraccio faticoso e molto complicato e devo dire anche poco remunerativo, quindi sarebbe meglio farlo a ragion veduta, sapendo cosa si va a fare. Io sono arrivato a fare oggi il birraio con un minimo di esperienza anche in campo professionale come beer firmer avendo collaborato con un birrificio in passato.

 

Hai una nazione di riferimento?

(ride) Questa domanda è come quando mi chiedono “a te che birre piacciono?”. Allora io inizio ad essere vago  dicendo “tutte quelle fatte bene”. 

Quelle con cui sono partito sono quelle inglesi. Quando io penso ad una birra penso ad una bitter inglese. Quindi una birra leggera, molto profumata, molto saporita, da bere anche in quantità considerevoli senza grosse ripercussioni.

Session beer quindi…

Session… assolutamente…
Poi è vero che mi piacciono tutte perché il mondo delle birre è un mondo fantastico. Questa mia passione iniziale mi ha portato ad apprezzare molto le vere birre. Nei paesi dove piace bere molto amano questo genere di birre: hanno un tasso alcolico basso e un’estrema bevibilità.

 

Quando hai deciso di aprire il beer shop, Nabbirra, come ti sei mosso? Fare un’analisi di mercato a Cosenza sul prodotto birra artigianale non era certo facile.

In realtà mia moglie ha aperto il beer shop. All’epoca Cosenza non aveva nulla di artigianale vero. C’era stata solo un’esperenzia seria di uno chef, l’amico Adelio Izzo, del Grifon d’Oro, che aveva affiancato alla sua cucina ricercata l’abbinamento con alcune birre artigianali belghe, inglesi, tedesche.
Io avevo in mano la conoscenza, non chissà quanto approfondita, ma avevo avuto modo di assaggiare già tantissime cose, di conoscere chi la birra la importava. Ero nelle condizioni di fare una selezione di birre da proporre a Cosenza. Un salto nel buio misurato, in un certo senso. Comunque abbiamo aperto un negozietto modesto, piccolino all’epoca. L’esposizione stava in venti metri quadrati e un po’ nascosti. I primi tempi sono stati complicati. Abbiamo giocato sul passaparola. Non credo nella pubblicità classica. L’idea è stata quindi del passaparola. È un’idea molto lenta, bisogna avere molta pazienza. Però in questo modo si cresce su basi molto solide. Non si cavalca l’emozione del momento. Si crea una base di clienti/amici.

 

Quando ti sei accorto che in effetti l’attività poteva funzionare?

In realtà io ancora non sono sicuro che funzioni. Per poter arrivare ad avere una prospettiva di un ritorno economico, abbiamo dovuto crescere affiancando al beer shop la cucina. Ci siamo trasformati in ristoratori, costruendo quello che è Nabbirra oggi. Questo fa aumentare i costi in maniera sensibile. Non so se ne valga effettivamente la pena. Le considerazioni sono poi ancora più ampie, tenendo conto che ora faccio anche birra e quindi mi conviene avere un posto dove possa vendere le birre che faccio io… ancora non l’ho capito. (sorride)
Noi siamo nati con la crisi, il 2008 è stato l’inizio del dirupo. Quindi non sappiamo cosa sia la non crisi. La mia speranza è che usciti dal tunnel ci ritroveremo con un’attività avviata…..
Abbiamo fatto quindi piccoli passi. Siamo riusciti per questo motivo.
Il consiglio è “fate quello che non fanno gli altri e fate un passo alla volta”.

 

Ti sei anche cimentato come blogger.

Nabirra.net è nato per concentrare questa mia voglia di fare nel mondo artigianale. Ho cominciato a scrivere piccoli articoli sulle mie esperienze di birraio casereccio e poi iniziato ad intervistando qualcuno. Sono stato il primo a scrivere due articoli su Leonardo Di Vincenzo (Birra del Borgo) conosciuto già nel 2003. Quando ha aperto poi il birrificio sono stato suo ospite per un giorno a Borgorose. Stava facendo una cotta di Duchessa. Questo momento mi è servito per tastare l’ambiente professionale.

Lo step successivo è stata l’esperienza da beer firmer.

Quello è stato possibile perché esisteva già Nabbirra. Quindi un posto dove venderla la birra. Una cosa che dico sempre a chi vuole fare il beer firmer è che “la birra bisogna in qualche modo venderla, altrimenti ti rimane sul groppone”.  Essendoci quindi Nabbirra, ho pensato di mettere in produzione una birra con il marchio del negozio. Sono andato al birrificio più vicino che mi offrisse garanzie di qualità nella gestione del processo produttivo. Per questo sono finito a Castel S. Giorgio, vicino Salerno, dagli amici di Aeffe. Loro hanno un buon impianto  e sono molto scrupolosi nella produzione. Le birre prodotte le ho vendute quasi tutte nel mio locale.

E finalmente arriva il birrificio ‘A Magara

‘A Magara è anche li un gioco d’incastri: tutto ha inizio conoscendo Asun Yanutolo e il marito Marco Ferrini, Marco ha un’azienda agricola a Nocera Torinese che produce olio d’oliva e un bellissimo agriturismo che è Calabrialcubo. Ricordo che sono venuti in negozio dopo una lezione di un corso AIS. Mi hanno conosciuto attraverso Maria Rosaria Romano (ndr. attuale presidente dell’AIS Calabria). Poi sono stato in fiera a Rimini dove ho conosciuto Federico, il fratello di Marco, e mi hanno coinvolto poi nel progetto.

 

Le difficoltà iniziali quali sono state?

Il birrificio è tutto quanto difficile. Difficile acquistare le cose giuste. Difficile capire esattamente quali sono gli adempimenti da svolgere per essere conforme alle leggi. Difficile capire quale prodotto fare. È un’attività molto molto complicata che necessita di preparazione e soprattutto di consapevolezza.

… [fine intervista]…

 

‘A Magara è quindi un birrificio nato da pochi mesi ma che promette una buona curva di crescita. Facciamo a tutta l’azienda i migliori auguri e ritorneremo sicuramente a trovarli per conoscere le evoluzioni nel bicchiere.

E ora parliamo del prodotto di tanta fatica. 

  • Jumara (Pale Ale/5.8%)
    Al naso e in bocca il malto è il filo conduttore.
    Finale giustamente amaro.
  • Trupija (Sweet Saison/5.6%) 
    Al naso svela la presenza della buccia d’arancia.
    In sottofondo spezia dolce. In bocca piena.
  • Magaria (Robust Porter/6%)
    Al naso cioccolato, tostato, note di malto. In bocca ritorna il malto con piacevoli note dolci di cioccolato. Chiude con un buon bilanciamento di luppolo che prepara la bocca al sorso successivo.
  • Trilla (Hefe Weizen/6%)
    Presto in vendita.
  • Solleone (Cream Ale/5%)
    Schiuma bianca, soffice e fine.
    Al naso rotonda e fresca. 
    In bocca è piacevolmente equilibrata.
    Rimane un finale medio lungo.
  • Mericana (IPA/7%)
    Presto in vendita.
  • Strina (Triple/10%)
    Presto in vendita

Inoltre Eraldo ha portato a casa la sua Riulì (prodotta precedentemente da beer firmer), birra dal buon profilo aromatico e ben bilanciata tra malto e luppolo. Aspettiamo la produzione di casa ‘A Magara.

Eurhop Beer Festival

di Giuseppe Salvatore Grosso Ciponte

Eurhop Beer Festival - Birra Senza Confini
3/4/5 ottobre 2014 - Roma


Un festival che mostra più anni di quelli che ha. Un complimento che se fatto ad una persona non risulterebbe tale.

Merita un plauso l’organizzazione: i banconi al centro che spillano su due fronti, comodi divani per degustare, spazio all’aperto con tavoli e sedie, bancone con lavabicchieri. 

And last but not least... lo spazio food: cibo come mezzo di contrasto alla deconcentrazione da affaticamento.

Propulsore della manifestazione è Manuele Colonna, publican dell’ormai storico pub Ma che siete venuti a fà. Sue, e dei suoi collaboratori, sono le scelte dei birrifici da ospitare. Cinquanta birrifici presenti solo su invito quindi. Poco più di una decina quelli stranieri. Più di 300 le birre artigianali spillate a rotazione.
Manuele Colonna, ricordiamolo, giusto per dirne una, è l’artefice della crociera dedicata alla birra artigianale “Un Mare di Birra”, organizzata per festeggiare i dieci anni del suo locale.

La scelta ottimale (per chi vuole avere tempo, concentrarsi sulle degustazioni e non fare troppe file davanti alle linee di spillatura) è presentarsi all’evento nel primo pomeriggio. Poche le persone ancora presenti, molto carico (e lucido) il personale dietro i banconi. Riesci a scambiare due chiacchiere con i produttori presenti senza ansia da ‘fuori i secondi’.  Riesci a farti servire una birra da Luigi “Schigi” D’Amelio, birraio dell’anno 2013. Fai anche due chiacchiere con l’onnipresente (per fortuna) Lorenzo “Kuaska” Dabove mentre conversa con Mike Murphy, dal 2010 al comando dell’impianto della norvegese Lervig.

Le birre bevute erano per la quasi totalità in buono stato: in forma, come si usa dire.
A seguire una piccola selezione personalissima fra le birre degustate:

1.      ##  Tipopils (Birrificio Italiano - Pils/5.2%), che è sempre un piacere bere, e non sempre lo si può fare alla spina.
Malto, miele, fiori di camomilla. E poi un piacevole amaro. E poi un altro sorso.

2.      ##  Seta (Birrificio Rurale – Blanche/5%)
Un giallo molto tenue. Intrigante. Al naso lievi sentori agrumati. In bocca un bel equilibrio..

3.      ##  Hauria (Croce di Malto – Kolsh/4,7%)
Birra secondo stile: fruttata al naso e in bocca, con sentori di mela e pera. Si percepisce un buon malto di sottofondo.

4.      ##  Temporis (Croce di Malto – Saison/6,8%)
Fruttata, speziata. Finale secco in bocca. Di buona beva.

5.      ##  Piedi Neri (Croce di Malto - Russian Imperial Stout /8,2%) 
Una birra con licenza poetica: aggiunta di riso venere e castagne. Si presenta con un cappello di schiuma alto, fitto e di color cappuccino. Al naso è complessa, con profumi avvolgenti di caffè, fave di cacao, radice di liquirizia. In bocca è corposa, piena, avvolgente, setosa. Ritorna il tostato di caffè, di cacao. Ben bilanciata dai luppoli. In bocca il finale è lungo.

6.      ##  Zest (Extraomnes – Belgian Ale/5.3%), che un sorso non si rifiuta mai, edonismo puro.
Un bel ventaglio di profumi fruttati e speziati che non assuefanno molto facilmente il naso che fai fatica a togliere dal bicchiere per sorseggiare. In bocca dissetante, secca, ben bilanciata. Ottima beva.

7.      ##  Rosèe d’Hibiscus (Brasserie Dieu du Ciel [CAN] – Blanche/5.5%)
Nonostante lo stile, questa birra sposta le sensazioni sulla sponda delle morbidezze. In bocca una nota particolarmente dolce spiazza a causa della dichiarata (dal colore) presenza di fiori d’ibisco.

8.      ##  Once You Go Black (Lervig – Imperial Stout/13.5%)
Birra poderosa. 
Invecchiata in botti di bourbon che restituiscono al naso e in bocca bellissimi sentori di evoluto (quasi ricordando il lungo lavoro di concentrazione ed estrazione sui distillati). Frutta secca, pesche e albicocche disidratate, liquirizia, tostato. In bocca morbida e avvolgente. Piacevolmente equilibrata. Il finale è lunghissimo e lascia una bocca pulita e pronta ad un altro sorso.


Great British Beer Festival (GBBF) 2014

di Giuseppe Salvatore Grosso Ciponte

Si è tenuto a Londra, come ogni anno dal 1977, per 5 bellissimi giorni, il Great British Beer Festival (GBBF), l’apertura del più grande pub del mondo. L’evento è atteso ogni anno da circa 55 mila persone.


Il festival è organizzato dal CAMRA (Campaign for Real Ale), associazione di volontari che lavorano per tutti noi amanti della buona birra, proteggendoci dalla sventurata ipotesi di non poter più bere birre tradizionali inglesi (Real Ale) in autentici pub inglesi.

Andare a Londra ad Agosto, per chi decide di farlo all’ultimo minuto e dalla Calabria, non è come bersi una session beer, è più come una sour beer per un neofita, ti passa un pò la voglia quando metti il naso nel bicchiere o quando fai il primo sorso, ma poi, a bevante vuoto, ti complimenti con te stesso. Inoltre il progetto di partire, diventa meno complicato se un amico non ci pensa due volte a offrirti ospitalità e affiancarti nei due giorni londinesi (tnxK Gianfranco).

 

Un festival come il GBBF è da pianificare al meglio per riuscire ad avere l’opportunità di bere le birre più significative e farsi una buona idea di cosa siano le birre inglesi oggi. L’esperienza fatta nei tanti anni di visite al Vinitaly viene in soccorso, a meno di un fattore non da poco: ad un festival di birra come il GBBF si manda giù ogni sorso.

Su Internet e riviste specializzate si trovano anche moltissimi consigli su come affrontare un festival del genere con trucchi per arrivare discretamente lucidi alla fine di ogni giornata.

Si dispensano consigli sul sacrosanto problema della sequenza degli stili da degustare (materia molto ben nota a noi sommelier) o sul problema di non arrivare stremati a metà della corsa.

 

A seguire un piccolo vademecum:

  1. Mantra per tutto il tempo: bevi e mangia. Trucco non da poco per uscirne vincitori.
  2. 1/3 di pinta è mia amica. È il modo migliore per assaggiare più birre possibili: “you are there to learn” dicono gli inglesi.
  3. Partire con i birrifici e le birre più rappresentative, note e comunque più lette sul web. Se parti dai vincitori del festival, sei già a metà dell’opera.
  4. Arrivare con un bel elenco di birre, magari già in ordine cronologico d’assaggio.

 

Quando si parla di birre inglesi, subito la mente va a birre poco gasate, con un cappello di schiuma sobrio e servite a temperature non basse. Se volessimo continuare, potremmo anche parlare della loro non alta alcolicità, del bel corpo, del gradevole profumo e dolcezza di malto, del confortevole finale amaro dei luppoli. Il tutto presentato con colori che vanno dal paglierino, ambrato e ramato delle Bitter/Best/Strong/Golden Ale, al marrone, tonaca di frate, nero delle Stout/Porter/Mild. Tutto questo servito al festival come in un circo dove ogni birra può darti conferme o variazioni al tema che sembrano, a volte, smentite. Comunque vada la tua esperienza, è però certo che si capisce che la birra in Inghilterra è una cosa seria: all’ingresso, dietro i banconi a servire, fra i tavoli a bere, nella metropolitana da e per il festival, troverai tantissime persone, ma veramente tante, con un’età anagrafica mediamente alta. La birra come alimento, pretesto, convivialità. Questo trasmette il festival, così come i pub (quelli tradizionali) che servono Real Ale. Perché “a pub is for life… not just friday night!”

 

Stella polare per orientarsi fra le centinaia di birre (poco meno di 900) è stata la sessione di degustazione (tutored tasting) delle birre vincitrici di questo anno tenuto dallo scrittore e giornalista Roger Protz, seguita appena messo piede al festival.

 

Potremmo scrivere ancora e ancora e ancora. Parlare delle birre straniere ospitate. Delle nostre birre italiane. Dei Cider e Perry. Del cibo. Degli eventi a contorno.

Lo faremo forse prossimamente.

 

Per ora, a seguire, le vincitrici del festival con qualche nota sintetica.

##MILD CATEGORY##

(ORO) Dark Mild(4.0%) di Bank Top.

Birra con un vasto ventaglio di sentori: caffè, cioccolato, liquirizia, malto.

Il corpo è pieno, con un finale piacevolmente amaro.

(ARGENTO) Mild (3.7%) di Branscombe Vale

Birra con note di mandorla, vaniglia e un leggero tostato.

(BRONZO) Black Gold (3.8%) di Castle Rock

Birra con una discreta connotazione amara, bilanciata da note fruttate e caramello.

 

##BITTERS CATEGORY##

(ORO) Boltmaker (4.0%) di Timothy Taylor

Speziata e sentori di malto al naso. Secca e con un buon finale amaro in bocca.

(ARGENTO) Captain Bob (3.8%) di Mighty Oak

Luppoli Neozelandesi a caratterizzare questa bitter. Floreale, fruttata.

In bocca malto e poi un piacevole amaro.

(BRONZO) Flowerpots Bitter (3.8%) di Flowerpots

Si evidenzia un netto odore floreale a corredo di un bel malto, con lievissimi sentori tostati.

(BRONZO) Wandle Ale (4.2%) di Sambrooks

Agrumato, erbaceo, speziato. In bocca malto e un buon amaro.

 

##BEST BITTERS##

(ORO) Darwin’s Origin (4.3%) di Salopian

Birra con una generosa luppolatura a bilanciare un buon malto.

(ARGENTO) Directionless (4.2%) di Redwillow

Agrumi e malto leggermente tostato fanno un buon lavoro nel progetto di una birra beverina.

(BRONZO) Mad Goose (4.2%) di Purity

Sentori di agrumi, note speziate. Buon finale amaro in bocca.

(BRONZO) Inclined  Plane (4.2%) Bitter di Langton

Amaro e malto al punto giusto, in perfetto stile Best Bitter, con un lungo finale amaro.

 

##GOLDEN ALES##

(ORO) Citra (4.2%) di Oakham Ales

Birra con un naso intenso di agrumi (pompelmo, limone), leggermente speziato e con sentori di malto in sottofondo. Corpo leggero e con un finale piacevolmente amaro.

(ARGENTO) Cumbrian Five Hop (5.0%) di Hawkshead

Cinque luppoli americani e inglesi per una birra che al naso ricorda un paniere di frutta fresca tropicale. Secca e con un bel amaro finale.

(BRONZO) Hop Twister (4.5%) di Salopian

Birra agrumata, pompelmo su tutti. Il malto a farla da sottofondo con un gradevole amaro di contrappunto.

 

##STRONG BITTER##

(ORO) Fallen Angel (5.0%) di Church End

Pale Ale da manuale con licenza poetica data dall’utilizzo di luppoli americani.

(ARGENTO) Ape Ale (5.4%) di Blue Monkey

Arancia, limone, pompelmo, resina di pino. Malto e amaro a chiusura in bocca.

(BRONZO) HoppyNESS (5.0%) di Loch Ness

Luppolo che apporta sentori agrumati. In bocca una vertigine da un morbido malto ad un gran bel amaro che pulisce tutto.

 

##SPECIALITY BEERS##

(ORO) Triple Chocoholic (4.8%) di Saltaire

Birra speciale ispirata alle Stout con tre diversi malti scuri e sciroppo di cioccolato. Al naso e in bocca il cioccolato la fa da padrona dando poco spazio a sentori di tostato e caffé.

(ARGENTO) Way Out Wheat (4.5%) di Offbeat

D’ispirazione tedesca, apporta sentori di buccia d’arancia, coriandolo e banana.

(BRONZO) Chatsworth Gold (4.6%) di Peak Ales

Birra al miele la cui dolcezza è bilanciata dall’amaro di luppoli inglesi che forniscono anche sentori fruttati.

 

##OVERRALL WINNERS##

(ORO) Boltmaker di Thimoty Taylor

(ARGENTO) Citra di Oakham Ales

(BORNZO) Darwin’s Origin di Salopian

 

E per finire, si consigliano, fra le tante:

 

Black Cat di Moorhouse’s. Tanto cioccolato e caffè. 

Topaz Gold di Adnams. Speziata, floreale, con note di camomilla.

Arapaho di Langham. L’agrumata e fruttata.

La corposa e complessa Lustin for Stout di Blue Bee.

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In occasione dell’Assemblea dei Soci prevista in prima convocazione alle ore 6.00 del giorno venerdì 27 ottobre 2017 e in seconda convocazione alle ore 9.30 del giorno sabato 28 ottobre 2017 presso il San Domenico Palace, Piazza San Domenico, 5 – Taormina (ME) saranno poste all’ordine del giorno le modifiche statutarie presentate dal Consiglio Nazionale.

Di seguito trovi il link per scaricare il testo dello Statuto attualmente in vigore e il nuovo testo proposto:

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